Tappa 4: Tiglieto – Arenzano

Introduzione

La quarta tappa del Cammino da Tiglieto ad Arenzano offre un'esperienza eccezionale attraverso una varietà di ambienti, dalle maestose foreste dell'Orba al Passo del Faiallo e al Monte Reixa, fino alla macchia mediterranea vicino ad Arenzano.

Con una lunghezza di 29,5 km e un dislivello che varia da 10 a 1182 metri, questa tappa presenta una sfida significativa.

Attraversando luoghi storici come il Ponte Romanico di Tiglieto, l'Abbazia di Santa Maria della Croce e la Cappella della Gattazzè, i pellegrini si immergono in una ricca storia.

La salita al Monte Reixa offre panorami spettacolari, culminando in una discesa attraverso il suggestivo Sentiero degli Inglesi fino a raggiungere il "Santuario del Santo Bambino di Praga" ad Arenzano, dove la tappa trova la sua conclusione.

Questa è la tappa forse più impegnativa del Cammino, con una alternanza ed una varietà di ambienti che lascia stupefatti, andando dalla maestosa Selva dell’Orba che copre il versante appenninico settentrionale, agli ambienti montani del Passo del Faiallo e del Monte Reixa, per poi letteralmente planare in piena macchia mediterranea alle spalle di Arenzano, dove dopo quattro giorni di cammino ritroviamo il mare.

Avvertenza: si consiglia il rifornimento di acqua e cibo all'inizio della tappa presso il negozio di alimentari davanti alla Parrocchia di S.M. Assunta a Tiglieto (verificare il giorno di chiusura settimanale). Il primo punto di ristoro si trova presso l'Albergo Nuvola sul Mare al Passo del Faiallo, esattamente a metà tappa.

Distanza:
29,5 km

Difficoltà:
Difficile

Quota Min:
10 m

Quota Max:
1182 m

Salita:
920m

Discesa:
1150m

Pendenza:
10%

Pendenza:
14%

Anteprima Tappa

ATTENZIONE: Usare questa mappa solamente come riferimento. Il tracciato ufficiale è quello contenuto nel GPX da scaricare poco sopra

Ospitalità

Passo del Faiallo

  • La Nuvola sul Mare - Rifugio, ristorante – Via Faiallo,25 –tel. 348 882 9978
  • B&B Andrè - Via Faiallo, 117 (Vara Superiore) - tel. 346 5069923 (circa 5 km dal passo del Faiallo, disponibilità servizio navetta)

Arenzano

  • Accoglienza Suore Pietrine – Villa Sacro Cuore – Via Cesare Battisti,4 – tel. 010 913161
  • Agriturismo Camping Verde Gioia – Via Costa Frati,6 – tel.377 544 4393
  • La Locanda del Santuario – Viale Rimembranze,14 – tel. 351 938 8494-347 677 6658

Per maggiori informazioni sulla ricettività ad Arenzano, consultare la sezione "Ospitalità" del sito www.arenzanoturismo.it

Vesima

  • Caravan Park La Vesima, Via Pietro Paolo Rubens 50r - tel. 0106199672 - 3498593428


Il Percorso

La tappa può essere spezzata in due, pernottando presso l’Albergo Nuvola sul Mare al Passo del Faiallo.

Dalla piazza antistante alla Chiesa parrocchiale di San Bernardo e Santa Maria Assunta, prendiamo la SP64 a sinistra  in direzione Acquabianca.

Dopo circa 300m sulla destra prendiamo una breve discesa che porta ad una grande casa, arrivati di fronte al cancello scendiamo a destra per un evidente sentiero per circa 200m fino ad incontrare il ramo settentrionale dell’anello della Badia .

In questa tappa percorreremo l'ultimo tratto del ramo settentrionale dell'anello (fino alla Badia) e poi il ramo meridionale.

Il segnavia FIE per l'anello è rappresentato da un pallino giallo attraversato da una barra trasversale. In alcuni punti del percorso, fino a dopo la Cappella Gattazzè, incontreremo anche il triangolo giallo pieno (percorso Tiglieto - Bric del Dente).

Prendiamo a sinistra in direzione Ovest e seguiamo il sentiero che si porta a picco sul fiume Orba. Il sentiero corre in lieve discesa parallelo alla sponda destra del fiume per circa 500m, fino ad arrivare ad una zona urbanizzata nei pressi di un campo sportivo.

Dopo poche decine di metri incrociamo la SP1 che proviene da Tiglieto e la attraversiamo, proseguendo in un tratto inerbito fino all’imbocco del bellissimo Ponte Romanico di Badia.

Scopri di più sul Ponte Romanico di Tiglieto

Poco prima di arrivare al bivio per la Badia, percorrendo il ponte in cemento armato sull'Orba, alla nostra destra possiamo già ammirarlo. Si presenta interamente in pietra di serpentino con una struttura possente e con cinque arcate di cui quella centrale è la più grossa (è alta circa 20 metri).

All’inizio del ponte, sul lato destro, notiamo una gigantesca pianta di rovere, sulla quale si raccontano alcune leggende popolari legate alla sua origine e alla sua età. Si diceva infatti che fosse stata piantata dalle truppe napoleoniche durante la Campagna d'Italia. Altre fonti riportano che sul tronco della pianta fosse inchiodato un ferro di cavallo recante il simbolo "N", monogramma imperiale. Si narra che un Dragone dell'esercito francese, transitando nella zona e costretto a cambiare il ferro al cavallo, volle lasciare un segno del suo passaggio. Alcuni vecchi del paese narrano che da bambini vedevano il ferro spuntare dal tronco. Oggi, sulla superficie del tronco, non ve ne è più alcuna traccia, forse completamente inglobato nella corteccia.

Attraversato il ponte, completamente lastricato in pietra, sull'altra sponda si trova un cippo con una scritta “Anno a partu Virginis MDCLXVII”. Si ritiene che il 1667 non sia la data della edificazione ma piuttosto quella del suo ripristino.

Poco prima di incontrare il cippo si passa tra due colonne quasi a delimitare un ideale portale d'ingresso nel complesso della Badia. Ed in effetti si incontrano subito una casa colonica, il mulino nuovo ed una cappelletta.

La strada sterrata prosegue e dopo poco si sbuca di nuovo sulla SP1, da dove si comincia a scorgere tutta la piana della Badia con l'Abbazia sullo sfondo. Superiamo quindi la sbarra che delimita la proprietà attorno alla Badia.

Da questo punto in poi, non troverete più i segnavia del Cammino, ma dovrete seguire solo il segnavia FIE dell'anello della Badia. Ritroverete i segnavia del Cammino più avanti, una volta sbucati di nuovo sulla SP1

Proseguiamo per circa 200m su un comodo sterrato ed arriviamo nei pressi della Badia. Abbandoniamo momentaneamente il segnavia dell'anello e andiamo verso destra avvicinandoci al complesso badiale. Siamo in uno dei luoghi più suggestivi dell’intero Cammino, attorno al complesso si potrà ammirare lo splendido bosco di cedri, abeti, larici, tassi e platani colossali che costituiscono una parte dell'ex edificio abbaziale.

Il complesso monumentale di Badia fu fondato, nel 1120, da Pietro abate del convento di La Ferté, della diocesi di Chalons su Saone, e fu la prima comunità cistercense al di fuori del territorio francese.

Per conoscere il calendario delle visite guidate alla Badia, consultate il sito del Parco del Beigua: www.parcobeigua.it

Scopri di più su Abbazia di Santa Maria della Croce (Badia di Tiglieto)

L'abbazia di Santa Maria alla Croce, più comunemente conosciuta come Badia di Tiglieto, è un luogo di culto cristiano cattolico situato all'interno del comune di Tiglieto, nella città metropolitana di Genova.

L'Abbazia, quantunque sia rimasta integra nei suoi elementi essenziali -chiesa, convento, chiostro, refettorio, edifici agricoli - denota le profonde trasformazioni strutturali succedutisi nel tempo.

L'Abbazia è costituita, a nord, dalla chiesa, con l’asse principale orientato da ovest ad est; ortogonale a questo edificio, sul lato est, si trova l’edificio conventuale, da cui si diparte il volume già destinato a refettorio; nel complesso, chiesa, convento e refettorio racchiudono i tre lati del chiostro; sul quarto lato, e nelle immediate adiacenze, altri volumi destinati ad uso agricolo.

Risale al XII secolo ed ha ospitato la prima comunità di monaci cistercensi al di fuori della Francia. L'abbazia è proprietà della famiglia Salvago Raggi e le visite guidate sono gestite del Parco naturale regionale del Beigua

L'abbazia fu fondata il 18 ottobre del 1120 da una comunità di monaci provenienti dalla località francese di La Ferté, dando così origine alla prima comunità cistercense in Italia. Non si è conservata una carta di fondazione indicante data e fondatore, ma la datazione è comunque presumibile da documenti scritti nel periodo seguente, dai quali si è potuto dedurre anche i nomi dei principali fondatori e finanziatori, come quello di Anselmo del Bosco. La provenienza dei monaci fondatori può essere considerata una delle ragioni per cui lo stile architettonico della struttura si avvicina molto a quello francese. L'abbazia fu ufficialmente riconosciuta nel 1132 da papa Innocenzo II.

I monaci cistercensi provenienti dall'abbazia di La Ferté furono guidati dall'abate Pietro, il quale fondò e condusse la badia di Tiglieto. Il richiamo a Maria e alla croce del nome dell'abbazia si collega direttamente con alcuni dei principali elementi dell’ordine cistercense, che fu fondato, costruendo il primo monastero, nel 1098 in Francia, a Citeaux, dal quale deriva il nome dell’ordine.

Tra le varie occupazioni dei monaci durante il loro soggiorno in val d'Orba la più conosciuta è l'agricoltura. Sfruttando il terreno fertile e ricco di risorse della valle, la comunità religiosa iniziò la produzione di vari prodotti alimentari o generalmente provenienti dalle loro coltivazioni. I monaci si impegnarono molto anche nella bonificazione dei boschi della zona e crearono un'agricoltura forestale. Infatti, in un documento risalente al 1127, il marchese di Gavi, Guido, cedette il bosco di Rovereto (probabilmente vicino ad Alessandria) ai monaci. Tra gli abati della badia vi fu il cistercense Gerardo da Sessa, in un periodo tra il 1203 e il 1210, futuro cardinale e arcivescovo di Milano.

Il terreno sul quale l'abbazia fu fondata, venne donato dalla famiglia degli Obertenghi e da altre famiglie che possedevano grandi terreni nella zona. Nel corso degli anni la badia venne rovinata da conflitti di interessi da parte di persone che volevano impossessarsi dei terreni resi fertili dal duro lavoro dei monaci. Nel 1635 la badia fu affidata al cardinale Lorenzo Raggi in enfiteusi perpetua (gli furono dati sulla proprietà gli stessi diritti del proprietario). Durante la permanenza della famiglia Raggi la badia venne sottoposta a grandi trasformazioni, tra cui lo spostamento del convento al piano superiore e la sua trasformazione in abitazione, la sostituzione della copertura a capriate di legno con una volta a botte e le volte a crociera per le navate laterali. Durante questo periodo nell'abbazia soggiornò san Bernardo e si combatté un'importante battaglia tra Genovesi e Austriaci. La famiglia dei Raggi intervenne anche in tutta l’area circostante; una delle azioni più importanti fu la deviazione del corso del fiume Orba, con l'obiettivo di fermare i continui allagamenti della piana. Anche la ricostruzione del ponte romanico realizzato in serpentino, il quale oggi viene considerato monumento dalla vista suggestiva, viene attribuita alla famiglia.

Le ultime operazioni di restauro, terminate nel settembre 2016, comportarono la sistemazione e la ricomposizione del chiostro e degli affacci che lo caratterizzano e la rifinitura delle precedenti azioni di restauro.

Potete trovare ulteriori informazioni sulla Badia ai seguenti links:

https://www.tiglieto.it/index.php/component/tags/tag/badia

https://www.cistercensi.info/abbazie/abbazie.php?ab=1084

Per le visite guidate consultare la pagina relativa sul sito del Parco del Beigua:

https://www.parcobeigua.it/man.php?iniziativa=Badia

Torniamo indietro e riprendiamo l'anello, superando un cancello in legno e proseguendo costeggiando il recinto attorno al bosco secolare. Dopo poche decine di metri l'ampia sterrata comincia a salire e con alcuni tornanti nel bosco arriviamo di nuovo sulla SP1, dove ritroviamo i segnavia blu del Cammino. Saliamo per poche centinaia di metri la SP1 e, in prossimità di un cancello anti-cinghiale sulla sinistra, ritroviamo il segnavia dell'anello della Badia.

La strada si inoltra in una maestosa foresta e con alcuni saliscendi, superato un gruppo di case, arriva nei pressi dell’Orba, che si attraversa mediante un grande ponte in acciaio (km 4.8) a circa 425 slm.

Scopri di più sul fiume Orba e la tragedia della diga di Molare

Nasce a circa 1000 m. di altitudine dal monte Reixa sull’Appennino Ligure. Scorre inizialmente incassato e con corso precipite ricevendo da sinistra il torrente Orbarina e da destra il torrente Carpescio o Acquabianca.

Già pochi km dopo la sorgente il torrente viene sbarrato da una diga dopodiché attraversa il suo primo centro abitato: San Pietro d’Olba frazione di Urbe (SV).

Giunto nei pressi di Acquabuona frazione di Tiglieto (SV) scorre attraverso una serie di gole davvero spettacolari e da qui entra in Piemonte giungendo a Olbicella frazione di Molare (AL), dove riceve da sinistra il torrente Olbicella.

Da qui il letto del torrente si allarga per un breve tratto dopodiché scorre nuovamente incassato per qualche Km in una gola boscosa. Dopo la confluenza da sinistra del rio Meri, (noto per la sua bella cascata), il torrente viene nuovamente sbarrato da una piccola diga formando così il piccolo lago di Ortiglieto.

Qui è visibile a valle del lago in destra idrografica, il vecchio letto di scorrimento del fiume ancora sbarrato dalla diga di Zerbino che il fiume abbandonò in occasione del devastante crollo della diga secondaria di Sella Zerbino avvenuta il 13 agosto 1935

Dopo mesi di prolungata siccità il giorno 13 Agosto un'eccezionale precipitazione (da 350 a 550 mm in appena 8 ore), interessò quasi tutto l'alto bacino del fiume causando imponenti onde di piena sia dell'Orba che degli altri suoi affluenti.

A monte del comune di Molare, sul bacino artificiale del lago di Ortiglieto, a causa di alcuni gravi errori di progettazione degli scarichi della diga principale, il livello del lago salì enormemente riempendosi sino all’orlo e tracimando oltre la cresta di entrambe le dighe per oltre 2 metri di altezza.

In breve tempo la forte erosione dell'acqua scalzò la base della diga secondaria che dopo poco cedette di schianto.

Un muro d’acqua precipitò dunque dalla cresta di Sella Zerbino riversandosi conseguentemente nel sottostante letto dell’Orba (già pesantemente in piena), creando un’onda di piena alta 20 metri e ampia dai 2.500 – 3.000 mc/sec (un valore di portata millenario per l’Orba) che correndo furiosa a valle spazzò via decine di manufatti civili e abitazioni tra i quali la stessa centrale elettrica, lesionò brutalmente i ponti del comune di Molare e devastò pesantemente un popoloso quartiere della cittadina di Ovada.

Da qui l’Orba accresciuto ancora degli apporti di piena prima della Stura e poi del Piota, (le precipitazioni straordinarie avevano infatti interessato anche tutti gli affluenti dell’Orba) proseguì a valle con un’ampiezza di 4.000 mc/sec devastando tutto il fondovalle e le campagne sino alla confluenza con il fiume Bormida presso Alessandria.

L’imponenza della piena fu tale da riuscire a causare un rigurgito nel fiume Tanaro che andò così ad allagare molte abitazioni presso la confluenza con la Bormida.

Le perdite umane di questa immane tragedia furono 115 di cui ben 97 nel solo comune di Ovada.

Il letto del fiume fu sconvolto dall’evento tanto che nel punto in cui avvenne il crollo della diga secondaria di Sella Zerbino (quella principale rimase in piedi) l’Orba erose di decine di metri la stessa cresta rocciosa scavandosi un nuovo letto e abbandonando quello sbarrato dalla diga principale (a tutt’oggi ancora esistente).

Passiamo sulla riva destra del fiume e lo risaliamo per qualche centinaio di metri, dopo i quali giriamo in leggera salita a destra e arriviamo ad incontrare un affluente secondario dell’Orba.

Qui era presente fino a pochi anni fa una passerella che è stata distrutta da una alluvione, siamo costretti quindi a guadare il torrente (a seconda del periodo potrebbe essere necessario togliere calze e scarpe, in ogni caso nulla di problematico).

Passato il guado risaliamo di quota fino ad arrivare a Case Reborina, dove il percorso si allontana definitivamente dall’Orba virando decisamente verso Sud. Abbandoniamo definitivamente l'anello della badia (che "gira" verso sinistra per tornare verso Tiglieto) e proseguiamo nel bosco con tratti più pianeggianti alternati ad altri più ripidi, accompagnati di nuovo dal segnavia FIE triangolo giallo pieno.

La strada ora diventa più larga, super un crocevia (dove bisogna procedere diritti) in prossimità di Case Pidan, e sbuca dal bosco in una grande area prativa, dominata al centro da un grande albero.

Superiamo il prato arrivando ad una casa, nei pressi della quale la strada scende decisamente arrivando a un altro ruscello. Anche qui bisogna guadare per poi risalire sulla sponda opposta. Si arriva ad un gruppo di case (Case Gerla), giriamo a destra fra di esse e poi a sinistra, imboccando una evidente strada sterrata.

Dopo una cinquantina di metri abbandoniamo la sterrata e giriamo decisamente a dx inoltrandoci di nuovo nel bosco.

Il sentiero si fa più stretto e ripido, saliamo con alcuni tornantini fino a sbucare in una costa prativa che ci porta a Colla Minetti (Km 7.0).

Qui riprendiamo la SP64 Tiglieto-Acquabianca, abbandonata subito dopo l'inizio della tappa,  che percorriamo per circa 800m fino al ponte sul Torrente Carpescio.

Attraversando il ponte andremmo ad Acquabianca, invece prendiamo la stradina asfaltata sulla sinistra (Via Ferriera Alta) che prosegue per circa 200m fino alle case di Ferriere.

Qui l’asfalto termina e inizia una bella pista forestale che ci porta in breve al magnifico Lago della Chiusa (Km 8.5).

ATTENZIONE: Il Lago della Chiusa va guadato, quindi a seconda del periodo in cui si deciderà di percorrere il Cammino il livello dell’acqua sarà diverso.

Il periodo in cui il livello è più basso va da agosto fino all’Autunno inoltrato, mentre in Primavera l’acqua potrebbe arrivare anche a circa 20-30 cm. In questo caso, non volendo affrontare il guado, l’alternativa è passare il ponte sul Torrente Carpescio, seguire la SP64 per circa 1.3 Km, poi prendere a sinistra una stradina secondaria (Via Verrin), discenderla fino ad arrivare ad incontrare il tracciato principale che sale a destra nei pressi di un evidente bivio.

Da questo punto, se si volesse ammirare il Lago della Chiusa, si può continuare a scendere a sinistra, sempre su stradina asfaltata. Si superano alcune case e con un breve tratto sterrato si arriva al Lago. Si risale poi al bivio seguendo la segnaletica.

Scopri di più sul Lago della Chiusa e sul Lago della Caicia

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Arrivati sulla sponda opposta del lago, le frecce blu ci fanno girare a destra per prendere una evidente strada sterrata che risale e arriva su una stretta stradina asfaltata (in questo punto abbandoniamo il triangolo giallo FIE che ritroveremo più avanti sul nostro percorso).

Risaliamo, superiamo alcune case dopo un paio di tornanti, e proseguiamo ancora per circa 300 m fino ad incontrare un bivio. Giriamo decisamente a sinistra al bivio e risaliamo con lieve pendenza un’altra stradina asfaltata che costeggia alcune case (Cà Vernin) immerse nel verde, circondate da prati lussureggianti (km 9.7).

La stradina asfaltata prosegue fino ad un’ultima casa, poco prima della quale sulla destra inizia una strada sterrata che risale nel bosco (9.8 km). Da questo punto inizia un fantastico tratto immerso in un bosco incantato disseminato di giganteschi faggi, che con moderati e lievi saliscendi ci fa arrivare nei pressi di Cà du Rosto (km 10.7).

Superata la radura dopo la casa, ci inoltriamo nuovamente nella faggeta, seguendo la magnifica forestale che ormai corre vicina al Rio Rosto.

Arriviamo al nuovissimo ponte sul Rio Rosto (km 11.0) che consente di evitare il guado che fino a poco tempo fa era la via obbligata per attraversare il fiume.

Superiamo il ponte, attraversiamo un piccolo torrentello e ci immettiamo nella strada forestale cominciando a risalirla girando verso destra.

In questo tratto i segnavia del Cammino sono accompagnati dal segnavia FIE tre pallini gialli (sentiero di collegamento fra Colla di Acquabianca e bivio Ca' Batin). La forestale sale con moderate pendenze e alcuni tornanti, in breve porta a superare Ca’ Batin e poco dopo ci fa arrivare ad un bivio con una palina con molte indicazioni (km 11.7). Qui ritroviamo anche il segnavia FIE triangolo giallo pieno 

Proseguiamo andando dritti ed in breve arriviamo nella radura davanti alla Cappella della Gattazzè e ai ruderi delle case di caccia della famiglia Salvago-Raggi (Km 12.0) a 700m slm

È impossibile immaginare come fosse questo posto fino agli anni ’50 e 60’, al termine dei quali un incendio distrusse quasi totalmente le case, risparmiando per fortuna la Cappella della Gattazzè. 

Qui la famiglia Salvago-Raggi, proprietaria dal 1600 della Badia e di tutto il territorio che andava da Tiglieto fino al Passo del Faiallo, veniva per le vacanze estive, da dove poi partiva per la “gita” annuale al Monte Dente.

Dopo alcuni anni di abbandono e grazie all'impegno del Comune di Urbe, la cappella è stata recentemente completamente restaurata permettendone la visita in totale sicurezza.

Scopri di più sulla Cappella Gattazè

La cappella di Gattazè è una delle presenze religiose più antiche ed originali dell’alta val d’Orba. Tonda, con il tetto a cono, coperto di “ciappe” e i muri di pietra a scaglia ancora belli nonostante abbiano perso per intero gli intonaci. Oggi come tutte le vecchie cascine e la civiltà vissuta al di là del Rosto, nel grande bosco della Bancarera, anche la cappella cade in rovina; di tutti i manufatti è l’unico rimasto in piedi insieme alla cascina del Prato

Il nucleo storico di Gattazè -frazione di Acquabianca - presenta un paesaggio estremamente suggestivo e, nel contempo, assai complesso, dove il visibile si intreccia con l'invisibile, dove il presente si lega, ancora oggi, in modo indissolubile con un passato non solo vicino, ma anche molto, molto lontano. Il visibile si legge nelle “cassine” interamente in pietra, ricoperte di scandole. Costruzioni grandi, per famiglie numerose: austere nella loro semplicità portano nomi suggestivi, quali: la Menta, la Carrubina, gli Agrifogli oggi, purtroppo, in totale abbandono e rovina. E poi rovine, ormai illeggibili tanto il bosco le nasconde, le avvolge e le consuma. Sono i resti del Palazzo di Caccia dei Marchesi Raggi; gli stessi della Badia di Tiglieto. Gattazè, infatti, apparteneva al suo vastissimo territorio, anzi al suo nucleo originario, il più strategico.

Grazie al Marchese Gian Antonio Raggi, impegnato a curare i possedimenti e soprattutto le “multas cassinas” della stessa Badia, Gattazè prenderà la sua identità storica. Siamo agli inizi del Settecento, prende il via lo sviluppo del suo “arcaico” nucleo, di cui il Palazzo di Caccia dei Raggi diventerà il volano: il suo punto di riferimento, di forza, di legame con la stessa Badia, nel fondovalle.

Quel volano poi, sul finire dell'Ottocento, perderà di forza. I tempi, infatti, sono cambiati: le ferriere del fondovalle si spengono, nasce una nuova viabilità che non affronta più di petto la montagna. Per Gattazè, nata sull'itinerario di una delle più importanti vie “marenche”, poi strada del sale, del ferro e del legno, fu l'inizio del suo declino.

L'incendio improvviso, nella notte dell'estate del '68, che ridusse in rovina il Palazzo e la casa del fattore, decretò la sua fine.

Per saperne di più:

https://fondoambiente.it/luoghi/cappella-gattazze?ldc

https://www.ibs.it/prima-del-fuoco-libro-camilla-salvago-raggi/e/9788830410626

https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/0700210747

Tornando sulla strada principale, dalla parte opposta rispetto alla Gattazè troviamo una bacheca che indica una bellissima neviera, che possiamo vedere poco sotto la strada.

Abbandoniamo questo luogo pieno di storia, proseguendo in leggera salita lungo la bella strada forestale fino ad arrivare ad un bivio. Prendiamo a destra in salita e proseguiamo addentrandoci sempre di più nella Selva dell’Orba.

Dalla Gattazzè fino ad arrivare al Passo del Faiallo, i segnavia del Cammino saranno accompagnati, oltre che dai segnavia FIE, da un segnavia bollo giallo. 

Qui la foresta è a tratti fittissima e imponente, e nonostante i disboscamenti effettuati negli ultimi anni, mantiene inalterata la sua maestosità.

Seguiamo sempre la forestale, intervallata a distanze costanti da evidenti scoli per l’acqua, superiamo le pendici occidentali del Bric della Castagna, ed arriviamo ad una radura dove termina la strada forestale (Km 13.5) a 980m slm.

Scopri di più sulla Selva dell'Orba e le vie del Ferro

Un tempo lontano il territorio dell’alta valle dell’Orba era ricoperto dalla famosa “Selva dell’Orba”, dove nel VIII secolo venivano a caccia i re Longobardi.

Una selva dominata dal faggio, dalla rovere e dal castagno, rimasta intatta fino all’incirca all’anno mille, quando i monaci cistercensi della Badia di Tiglieto iniziarono la loro opera di pianificazione territoriale.

I monaci sfruttarono la zona planiziale per la coltura del frumento e della vite, mentre favorirono la pastorizia e potenziarono la silvicoltura nella zona montana, ampliando l’areale del castagneto domestico e dando inizio così ad una vera e propria economia del castagno.

Gran parte del territorio ha dunque visto la diffusione del castagneto: i fianchi delle montagne sono stati terrazzati con muretti a secco e venivano costruiti seccatoi, il tipico “abergu”, per l’essiccazione delle castagne. In questi territori, come del resto in buona parte dei territori montani italiani, per molti secoli il castagno ha fornito l’unico alimento largamente disponibile e i suoi prodotti hanno trovato numerosi impieghi, dall’edilizia al riscaldamento, fino alla lettiera per gli animali.

Più tardi, intorno al 1500, con lo sviluppo della lavorazione del ferro e la nascita delle Ferriere lo sfruttamento della foresta si fece più intenso.

Per la lavorazione del ferro si sfruttava infatti la grande abbondanza di acqua e l’alto potere calorifico dei faggi e delle roveri secolari. Il minerale ferroso arrivava dall’isola d’Elba e saliva dal porto di Voltri con carovane di muli attraverso gli antichi sentieri del sale, ora sentieri del ferro.

Le Ferriere, e i borghi intorno alle quali si formavano, si ponevano in contrasto con le case “a capanna” sparse sulle montagne, mentre il via vai dei carbonai intensificò la rete di percorsi e sentieri, dei quali rimangono ancora oggi a testimonianza le piazzole delle carbonaie.

Le Ferriere continueranno il loro sviluppo per tutto il ‘600, sostenendo l’economia locale di questo territorio, per cessare la loro attività verso la metà del ‘900, quando l’industria siderurgica si è ormai affrancata dalla dipendenza dell’acqua e del bosco.

L’Alta Valle dell’Orba si presenta come un ambiente dal fascino selvaggio, ricco di luoghi suggestivi e di storia rurale, che mostra il volto meno conosciuto ma bellissimo della Liguria, una regione che troppo spesso si identifica solo con la riviera, rischiando di dimenticare la sua parte più autentica e antica.

Imbocchiamo un sentiero in leggera salita che poco dopo comincia a scendere inoltrandosi di nuovo nel bosco, e prosegue con diversi saliscendi fino a sbucare ad una sella prativa, in corrispondenza del versante occidentale del Bric Praioli.

Scopri di più sul Bric Praioli

Con una piccola deviazione si può arrivare alla cima del Bric Praioli.

Questo rilievo si trova in una posizione panoramica piuttosto felice: da un lato è proteso verso nord, affacciato sulla pianura padana, e offre una bellissima vista dell’arco alpino dalle Marittime alle Retiche; dall’altro, offre anche una particolare vista sul mare e sulla città di Genova, che si vede quasi completamente attraverso l’insellatura del Passo della Cerusa.

Dietro al vicino rilievo del Bric del Dente si notano tutte le più importanti cime dell’Appennino Ligure, mentre verso sud e sud-ovest il gigantesco blocco del Monte Beigua e dei suoi satelliti copre l’orizzonte.

Ora camminiamo allo scoperto, ammirando grandi distese prative verso Sud Sud-Ovest. Poche centinaia di metri e il sentiero si addentra in uno dei posti più belli del Cammino, i Foi Lunghi. Una magnifica faggeta che sembra uscire dai racconti del ciclo della Tavola Rotonda. Se percorrerete il Cammino nei mesi autunnali rimarrete abbagliati da tanta bellezza.

Usciamo dalla foresta, il percorso torna allo scoperto e ci fa risalire seguendo quel che rimane di una mulattiera verso Bric Dato (Km 16.5) a 1101m slm, da dove la vista è veramente spettacolare.

Scopri di più sul Bric Dato

Il Bric Dato (1101 m) è un ampio dorso in gran parte coperto dai faggi, prativo sulla vetta e sul versante settentrionale. Sul versante occidentale è caratterizzato da un cospicuo avancorpo roccioso, detto Bric del Rosto (1084 m), i cui dirupi sovrastano la Cascina del Rosto e il solitario vallone del rio omonimo.

Il Bric Dato è un importante punto nodale, da cui si dipartono due contrafforti: verso ovest continua l’ampia dorsale che fa da spartiacque tra i bacini dell’alta Valle Orba e del Torrente Carpescio, suo affluente.

Verso nord si allunga l’ampia Costa Gias del Rosto (appena percorsa), che divide i valloni del Rio Rosto e del Rio Baracca, entrambi tributari del Torrente Carpescio.

Con una brevissima rampa scendiamo ed entriamo in un secondo bellissimo bosco di faggi, facendo attenzione al bivio in fondo alla rampa.

Da questo punto in poi troviamo, in aggiunta ai segnavia blu e al bollo giallo, due segnavia FIE: una doppia croce gialla (percorso Martina d'Olba - Faiallo) e un cerchio giallo vuoto (percorso S.Pietro d'Olba - Faiallo)

La strada è comoda e con moderata discesa arriviamo sulla SP73 del Faiallo. La attraversiamo e arriviamo all’Albergo Nuvola sul Mare (Km 17.5) a 1040m slm.

Scopri di più sul Passo del Faiallo

l colle è posto a quota 1 044 m s.l.m. lungo la Strada provinciale SP 73 che collega il passo del Turchino con San Pietro d'Olba, attraversando l'alta valle del torrente Orba e buona parte del territorio comunale di Urbe, in provincia di Savona, dove assume la denominazione di strada provinciale SP 40.

La reale altitudine del valico però, se si considera il vecchio sentiero che risale da Arenzano e Crevari attraverso il passo della Gava, è di 1 061 m s.l.m. ed è quella riportata in alcune carte IGM.

La zona del passo, data l'estrema vicinanza dello spartiacque al mare, è sede di singolari fenomeni meteorologici ed ha una nevosità molto elevata. A causa di ciò non è infrequente trovare la strada del passo chiusa al traffico durante la stagione invernale.

Il nome Faiallo deriverebbe dal latino fagus ("faggio" in italiano) tramite i corrispondenti termini liguri e piemontesi, l'albero è infatti presente in gran quantità nei boschi circostanti.

Nelle vicinanze del passo, in territorio genovese, la strada provinciale passa nei pressi del sacrario dei martiri del Turchino e incrocia la medievale via della Cannellona che collegava Voltri con Masone e la valle Stura.

Il passo del Faiallo, grazie all'omonimo albergo posto nelle immediate vicinanze del valico, è sede di una tappa dell'alta Via dei Monti Liguri.

La zona del Faiallo era percorsa dalle antiche vie del sale che partendo da Voltri si spingevano nell'Oltregiogo attraverso la Colla di Cerusa, la Sella del Barnè o il Passo del Turchino. Tale uso lascia alcuni toponimi, ad esempio il Dentino di Saliera presso il Bric del Dente.

In epoca napoleonica, durante l'assedio di Genova del 1800, vi fu un tentativo di rompere l'accerchiamento passando da Voltri per le alture che arrivano al sito dell'attuale Forte Geremia, ma i franco-genovesi del generale Massena non riuscirono a raggiungere lo spartiacque che era stato occupato dagli austriaci provenienti dalle Capanne di Marcarolo.

Qui possiamo rifocillarci o pernottare, in caso volessimo spezzare la tappa in due giorni.

Il tratto percorso fino a questo punto, segue le antiche vie del Ferro attraverso le quali i minerali arrivati dall’isola d’Elba e portati a Voltri, venivano portati oltre Appennino per poter essere lavorati nelle ferriere.

Lo stesso percorso fa parte della antica via delle Pedone, donne che dalla valle dell’Orba partivano di primo mattino, scavalcavano l’Appennino nei pressi della Colla di Cerusa, e portavano sulla costa legna, castagne, frutta, verdura, ritornando a sera con altre merci scambiate in riva al mare.

Scopri di più sulla Via delle Pedone

L'Alta Val d'Orba è un'area montana verde, selvaggia, che ha attraversato i secoli della storia lungo i propri sentieri, percorsi prima da pastori, poi da nobili, mercanti e pellegrini.

"Le ultime padrone degli antichi percorsi dell'Appennino sono state le pedone" (da Antiche vie del nostro Appennino di Michelangelo Pesce, F.10 serie Le Vie del Sale, Studio Cartografico Italiano).

Le pedone erano giovani donne che svolgevano un'attività di notevole impegno fisico per consentire alla popolazione valligiana l'approvvigionamento di beni non reperibili in valle.

Con una gerla carica di uova, manufatti in legno, lana e pollame affrontavano la montagna, scavalcando lo spartiacque appenninico, sino a raggiungere Voltri, dove scambiavano tali beni e nell'arco delle ventiquattr'ore riprendevano la strada di casa.

Il percorso presentava dislivelli di oltre mille metri per scavalcare l’appennino attraverso la Colla di Cerusa e la Sella del Barnè, spesso durante l'inverno coperti da spesse coltri nevose. Tale attività si ripeteva circa una volta la settimana.

"...Doveva solo pensare a ritornare e allora lasciò il cesto con tutta la sua mercanzia: l'aveva portata fin lassù, aveva fatto tanta fatica, ma ora doveva essere leggera, doveva far ricorso a tutte le sue forze, risparmiando tutte quelle che non servivano per tornare. ..."

(tratto da “Per ultime passano le cesene” di Michelangelo Pesce, De Ferrari ed.).

Dal piazzale antistante la Nuvola sul Mare, andiamo alla destra dell’edificio e imbocchiamo una bella sterrata che sale dolcemente, inoltrandosi in un maestoso bosco di faggi, arrivando in breve ad un grande prato dove troviamo un bivio che dobbiamo prendere a destra.

Dal Faiallo fino alla vetta del Monte Reixa, i segnavia blu sono accompagnati dal segnavia FIE quadrato rosso vuoto e dal doppio pallino blu indicante lo spartiacque.


La strada rientra nel fitto bosco e con  e saliamo leggermente arrivando al termine di un pratone dove dobbiamo prendere a destra, seguendo le indicazioni per il Monte Reixa.

Entriamo nel fitto bosco e sempre in leggera salita arriviamo a lambire Cima Faiallo.

Proseguiamo e la strada diventa una traccia che solca un pendio erboso che ci porta in breve all’anticima del Reixa e in circa 150m alla vetta del Reixa (Km 18.9).

Scopri di più sul Monte Reixa

Scheda Monte Reixa Gigantesco dorso di rocce ed erba, il Monte Reixa (1182 m) sorge poco a nord-ovest rispetto alla Rocca Vaccaria, sempre lungo lo spartiacque principale della catena montuosa.

Visto da Arenzano sembra piatto e tende a confondersi con il resto della dorsale della Rocca Vaccarìa e del Briccasso; verso Genova, invece, rivolge il suo grandioso versante est, ripidissimo, alto più di mille metri e profondamente inciso dagli alpestri valloni del Rio Secco e del Rio Malanotte. 

È il punto più elevato del territorio comunale di Genova.

La vetta ha l’aspetto di uno spallone prativo allungato, da cui emergono numerosi affioramenti di roccia.

Culmina con due dossi: il meridionale è la cima vera e propria, su cui si trovano una piccola croce metallica ed un’edicola sacra, mentre il settentrionale è poco più basso (1178 m) e ospita un tabernacolo in pietra.

Sull’ampio contrafforte che scende verso nord al Passo del Faiallo si trovano ancora due emergenze degne di nota: la prima è il cosiddetto Masso Faiallo, un enorme scoglio squadrato di serpentinite costeggiato dal sentiero che sale in vetta; la seconda è la Cima Faiallo (1140 m), un’anticima che si sporge sull’alta Val Cerusa.

La cima del Reixa è importante punto nodale: dirama verso sud-est l’imponente costolone che forma il Monte Tardìa e che poi si ramifica a dividere le vallette di Arenzano e di Voltri.

Il Reixa è una delle montagne più amate e frequentate dell’intero Appennino Ligure, in virtù di un panorama dalla vetta spettacolare e vasto.

Nelle giornate limpide la vista è semplicemente indescrivibile: tutta la città di Genova da Voltri a Nervi, con alle spalle il susseguirsi di cime dell’Appennino Ligure, parte del crinale Tosco-Emiliano e le Alpi Apuane; il mare, milleduecento metri più in basso ma vicinissimo (meno di 5 km), tanto che sembra di potercisi tuffare, tutto il massiccio del Beigua con le Alpi Liguri e Marittime dietro; infine, le colline del Basso Piemonte con la Pianura Padana dietro e, sullo sfondo, le Alpi dal Monviso al Monte Rosa ed oltre.

Il toponimo è un termine dialettale che significa “radice”, forse in riferimento alla caratteristica forma del versante genovese della montagna.

È un toponimo recente: ancora alla fine dell’Ottocento il monte era denominato Begue, nome che richiama quello del Beigua e che probabilmente designava tutto l’altopiano sommitale dal Faiallo al Beigua vero e proprio. La forma “reisa” adottata dalle carte IGM e dalle CTR liguri è scorretta: la “x” genovese si pronuncia come la “j” francese.

 

Dalla vetta del Reixa, prendiamo un sentiero che scende fra l’erba puntando in direzione Est, all’inizio agevole poi un po’ più sconnesso, e che ci porta al Passo Saiardo, caratteristico per la presenza di grandi rocce acuminate. 

Il sentiero è indicato, oltre che con i segnavia blu, da segnavia FIE X rossa (percorso Crevari - Monte Reixa) che ci accompagnerà fino al Passo della Gava.

Scendiamo ancora e dopo circa 1km arriviamo a vedere più in basso il Passo della Gava, a Sud del quale si staglia l’imponente mole del Monte Tardia. Perdiamo quota fino ad arrivare ad un poco evidente bivio che dobbiamo prendere deciso a destra, superato il quale in pochi minuti arriviamo al Passo della Gava (Km 20.9) a 750m slm.

Scopri di più sulla Gava e i Ripari di Arenzano

Il Passo della Gava è una profonda sella tra il Monte Tardìa e il gigantesco dorso del Monte Reixa; costituisce un passaggio abbastanza comodo tra la val Lerone e la val Cerusa, e per questo è crocevia di svariati sentieri e mulattiere.

Il toponimo deriva dal termine prelatino gava o gaba, che significa “torrente” oppure “passo montano”. Sul lato della Val Lerone, poco lontano dal valico, si trova la piccola Casa Gava, rifugio sempre aperto con tavoli e panche; nelle vicinanze si trova una fonte.

Il toponimo deriva dal termine prelatino gava o gaba, che può significare “torrente”, “canalone” ma anche “passo montano”.

Scendendo dalla Gava verso Arenzano si incontrano alcuni dei molti ripari della zona.

Scendiamo dal Passo della Gava seguendo la bella e comoda forestale che con due tornanti perde quota e ci porta nei pressi del Rifugio Casa Gava, rifugio sempre aperto con tavoli e panche, nelle cui vicinanze si trova una fonte. Continuiamo la discesa sempre sulla forestale, in ambiente tipicamente alpino, pur trovandoci a pochi km dal Mar Ligure.

Dal Passo della Gava fino all'area pic-nic del Curlo, ci farà compagnia il segnavia FIE con due pallini rossi (percorso Arenzano - Passo del Faiallo)

Superiamo il rifugio Bepillo, nelle cui vicinanze ammiriamo il “Mulinello”, stazione a monte di una antica teleferica utilizzata dai contadini per mandare a valle l’erba falciata.

Proseguiamo seguendo la magnifica strada sterrata che percorre il versante sinistro della valle del Rio Leone, ed arriviamo ad uno slargo denominato Prato Liseu (Km 23.5) a circa 588m slm.

Superato questo punto, la vegetazione cambia completamente, lasciando il posto alla macchia mediterranea.

La forestale scende con ampi tornanti (tralasciando vari “tagli” che si incontrano) fra radi boschi di pini, fino al bivio per il Centro Ornitologico di Case Vaccà (Km 25.5).

Scopri di più sul Centro Ornitologico di Case Vaccà

Nella Foresta Regionale Lerone, sulle alture di Arenzano (GE) a circa 420 metri di altitudine sul livello del mare, le casermette denominate “Case Vaccà” sono state a lungo utilizzate come presidio del Corpo Forestale dello Stato. Con il passaggio in gestione all’Ente Parco del Beigua, gli edifici sono stati ristrutturati per scopi didattici e di fruizione.

Il Centro ornitologico e di educazione ambientale, inaugurato nel 2005, rappresenta ormai un punto di riferimento per ricercatori scientifici ed appassionati delle molte specie di avifauna che transitano e nidificano nella Zona di Protezione Speciale “Beigua – Turchino” del Parco.

Di fronte a questo, il nuovo Rifugio “Case Vaccà” completa l’offerta di fruizione del sito anche per gli appassionati di escursionismo in quanto punto di partenza di una ricca rete di sentieri che, dalla località Curlo, portano al Passo della Gava e all’Alta Via dei Monti Liguri.

https://www.parchicloud.it/case-vacca/

https://www.parcobeigua.it/centri-visita-dettaglio.php?id=124

Proseguiamo diritti sulla strada forestale fino ad arrivare al punto in cui inizia l’asfalto. Ancora 200m e superiamo una sbarra arrivando all’area pic-nic del Curlo (Km 26.1).

Da questo punto inizia il fantastico Sentiero degli Inglesi. Con una infinita serie di curve nel bosco, ed un ultimo tratto intervallato da ponti in pietra, scendiamo verso Arenzano e sbuchiamo al Km 29.2 sull’asfalto.

Superiamo la bella Torre Saracena, e in breve arriviamo al Santuario del Santo Bambino di Praga dove ha termine la nostra Tappa (Km 29.5).

Scopri di più sul Santuario del Santo Bambino di Praga

Il Santuario di Gesù Bambino di Praga è uno dei santuari più belli della Liguria: prezioso luogo artistico, oltre che religioso e spirituale.

Si giunge al Santuario salendo un'ampia scalinata, dominata dalla colonna con la statua del Bambino Gesù. I colori dei marmi che spaziano dal bianco crema al rosso di Maremma, le vetrate istoriate, gli affreschi di pregio e le sculture maiolicate di Angelo Biancini, che rivestono le pareti interne, creano uno scenario unico e di grande valore artistico.

Vanto del Santuario è il Presepe Artistico Permanente, il più famoso presepe in ceramica della Liguria, magistralmente realizzato negli anni 1969-1970, dal maestro ceramista Eliseo Salino di Albissola.

Il Santuario ha un bellissimo giardino botanico e un ricchissimo vivaio con esemplari africani e sudamericani.

La devozione ebbe origine nel 1628, quando la principessa Polissena Lobkowitz di Praga offrì in dono ai Carmelitani Scalzi della chiesa arenzanese di Santa Maria della Vittoria, una statua in cera abbigliata secondo la foggia spagnola del XVII secolo.

Nel 1904 venne eretto ad Arenzano il Santuario, che richiama quotidianamente moltissimi pellegrini da tutto il mondo.

Per tutti i dettagli visitare il sito web del Santuario: https://www.gesubambino.org/

Scopri di più sul Santuario delle Olivette

Sulla collina denominata Bicocca di Arenzano s'innalza il Santuario di N.S. delle Olivette, il cui titolo originario di “Romitorio” è dovuto alla presenza, nel XII/XIII secolo, di un eremita presso una primitiva cappella. Il titolo Olivette deriva dalla presenza, nell’area circostante, di numerosi alberi di ulivo.

La Cappella originaria è delimitata da una balaustra e racchiude, in una grande nicchia sull’altare, le statue cinquecentesche della Vergine, dell’Angelo e del Padreterno tra nubi ed angioletti.

Il Santuario è legato alla vita marinara dei naviganti, come fanno fede alcuni bassorilievi e le poche tavolette degli ex voto rimaste, che ritraggono imbarcazioni in balia delle onde del mare.

Nella galleria laterale del Santuario è collocato l’Itinerario Marinaro, una mostra permanente che ripercorre la storia del borgo di Arenzano legata al mare: la costruzione di navigli nei celebri scaletti, la navigazione, l'emigrazione in mari e terre lontane, la pesca, le guerre, gli ex voto, i naufragi.

L'allestimento e la mostra sono a cura dell'Associazione Amici di Arenzano.

Tel. 342 7666821 - Sito: www.amicidiarenzano.altervista.org

Scopri di più sul Parco di Villa Negrotto Cambiaso

Arenzano vanta uno dei più bei giardini storici della Liguria direttamente affacciato sul mare: il Parco di Villa Negrotto Cambiaso. Passeggiando nel verde, lo sguardo è immediatamente attratto dalla serra in stile liberty, che conserva ancora parte dell’originale splendore, dai pavoni del parco con il loro piumaggio dai colori cangianti e dai maestosi alberi secolari. È possibile accedere al parco tramite tre ingressi: l'ingresso ovest, da Piazza Rodocanachi, attraversa il borgo medievale e segue il camminamento sulle mura, dal quale si ha un'ottima vista sull'area sud. Gli altri due ingressi, a est su Piazza Allende e a nord su Via Sauli Pallavicino, immettono su due viali rettilinei che conducono entrambi verso la villa centrale.

La serra

La serra liberty, unica nel suo genere, costruita nel 1931 in vetro e ferro, è una delle location più suggestive e adatte a shooting fotografici, eventi privati, mostre, mercatini. È un grande spazio, dall’identità inconfondibile, con una superficie di circa 350 Mq, che conserva intatta l’originale struttura.

Al valore architettonico - compositivo del parco si aggiunge il valore botanico, dovuto alla presenza di specie non comuni o addirittura rare, in Liguria: il cipresso calvo, l’eritrina cristagalli, il cefalotasso, la criptomeria nella varietà elegans, la tuia gigante. Diversi esemplari inoltre, data la loro annosità, hanno raggiunto dimensioni imponenti. Fra questi i pini, i platani, le magnolie, le canfore, la sofora, le palme, le sughere, i cipressi ed il grande cedro del Libano, vero e proprio monumento verde, che fa bella mostra di sé sulla pelouse erbosa nella parte bassa del parco.

Cenni storici

Durante il 1558 il marchese Tobia Pallavicino acquistò il vasto possedimento, dove fece edificare una villa intorno ad una torre preesistente. La villa aveva funzione di dimora estiva urbana e centro di produzione agricola. Successivamente venne edificata la villa padronale. Nel 1880 la Marchesa Luisa Sauli Pallavicino decise di rinnovare la villa e creare un ampio ed elegante parco commissionandolo all’architetto Luigi Rovelli, che aveva già progettato la villa e il parco per il conte Eugenio Figoli des Geneys. Nel 1931 la marchesa Matilde Negrotto Cambiaso volle arricchire il parco con la realizzazione di una nuova serra, progettata, traendo ispirazione da esempi ottocenteschi francesi ed inglesi di serre in ferro e vetro, dall’architetto Lamberto Cusani. Nel 1980 divenne sede del Comune di Arenzano e nel 2006 la villa è stata interessata da un restauro conservativo con interventi di ripristino e di consolidamento statico delle strutture portanti e degli intonaci di facciata.

Scopri di più su Villa Figoli de Geneys

Villa Figoli des Geneys, situata sul Lungomare, per maestosità di ricchezze e di opere artistiche, fu cantata dal poeta Giosuè Carducci che ne fu ospite, in una breve lirica dal titolo: “In una villa”. Progettata dall’architetto Rovelli, rivaleggia in bellezza con il più noto Parco Negrotto Cambiaso.

La sua caratteristica principale è l’ampio giardino incorniciato da splendidi viali dove sono presenti diversi esemplari di palme, piante sempreverdi e magnolie.

Dal 2018 il Parco di Villa Figoli des Geneys è sede della maggior parte degli eventi estivi di Arenzano: nell’area spettacoli vanno in scena opera, balletto, spettacoli di cabaret, musicisti, dj, cantanti ed eventi importanti come la Marcia Mare e Monti e la festa della Mezza Carolina, tipico aperitivo di Arenzano.

La Villa attualmente è sede della Fondazione Accademia Marina Mercantile per i corsi di Alta Formazione di Hôtellerie di Bordo per le navi passeggeri.

Si accede al parco da due ingressi: da Lungomare Olanda, lato mare, attraverso il bellissimo portone d’epoca in legno e da Via Olivete, lato centro storico.

Visitandum Est

  • Il Ponte Medioevale sull’Orba
  • La Badia Monumentale di Tiglieto
  • La Via delle Ferriere
  • Il Lago della Chiusa e il Lago della Ciaicia
  • La Cappella della Gattazzè
  • La Selva dell’Orba
  • La foresta dei Foi Lunghi
  • Il Passo del Faiallo e il Monte Reixa
  • Il Passo della Gava
  • Il Centro Ornitologico Case Vaccà
  • Il Santuario del Santo Bambino di Praga
  • Arenzano

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