Tappa 6: Acquasanta – Genova

Introduzione

ATTENZIONE: Questa tappe può essere affrontata in una singola giornata. Tuttavia per dare la possibilità di meglio visitare Pegli e/o il Centro Storico, abbiamo diviso la tappa in due parti:

  • Parte A: Acquasanta - Genova Pegli | Quella che stai leggendo in questa pagina
  • Parte B: Genova Pegli - Centro Storico di Genova | puoi leggerla cliccando qui (o sul menù di navigazione)

Attraverso colline e antiche strade romane, questa tappa finale del Cammino dei Santuari del Mare cattura la storia e la bellezza paesaggistica.

Partendo dal Santuario dell'Acquasanta, il percorso si snoda attraverso ripide mattonate e mulattiere panoramiche, regalando panorami mozzafiato sulla costa ligure.

Al cospetto dell’imponente gruppo montuoso di Punta Martin, intraprenderete il sentiero delle "Lische Alte", immersi nella natura rigogliosa e avvolti dal profumo di piante mediterranee testimoni della Liguria più selvaggia.

Percorrendo antiche vie romane, attraverserete borghi storici, come Prà, cuore pulsante di attività marinare, e Pegli con la sua affascinante passeggiata sul mare.

La tappa si divide al Molo Archetti, dove potrete imbarcarvi sulla NaveBus, portandovi nel cuore di Genova, al Porto Antico. Una volta lì, ancora qualche migliaio di metri per vedere le bellezze del Centro Storico di Genova, fino all'arrivo alla Cattedrale di San Lorenzo.

Un viaggio che intreccia storia, natura e paesaggi indimenticabili, rendendo ogni passo un racconto intriso di autenticità. 

Distanza:
13,5 km

Difficoltà:
Facile

Quota Min:
10 m

Quota Max:
365 m

Salita:
600m

Discesa:
450m

Pendenza:
8%

Pendenza:
9%

Anteprima Tappa

ATTENZIONE: Usare questa mappa solamente come riferimento. Il tracciato ufficiale è quello contenuto nel GPX da scaricare poco sopra

Ospitalità

Prà

  • Casa Vacanza di Laura - Via Sapello 2 - tel. 333 8826393
  • B&B Casa di Laura 2 - Via Villini Negrone 13 - tel. 333 8826393

Pegli

  • Camping Villa Doria - Via al campeggio Villa Doria 15N - tel. +39 010 6969600
  • B&B Ca’ de Neva – Via Scarpanto 19/A – Pegli – tel. 010 665286-328 2640659
  • B&B l’Oasi-Via Loano 23b –Pegli - tel. 010 665358
  • B&B Pesce Azzurro –Via A.Boito 28/7 – Pegli – tel. 010 6967977-328 1529592
  • Casa d'Artista - Via dei Reggio 11a/9 -tel. 342 9434700
  • B&B La porta del Mare - Via Lungomare di Pegli - tel. 010 660240
  • B&B La Casa di Dori - Via Carloforte 13 - tel. 347 3823905
  • B&B Paolo - Via Carloforte - tel. 338 3211845 
  • Hotel Castello Miramare – Via Pegli,2 – Pegli – tel. 010 6969690
  • Hotel Mediterranee – Lungomare di Pegli,69 – tel.010 697385
  • Hotel Puppo – Lungomare di Pegli,22 – Pegli – tel. 010 6969700

Il Percorso

Partendo dal piazzale antistante il Santuario, guardando lo stesso ci dirigiamo sulla destra verso una bella fonte, da dove inizia una mattonata che risale subito ripida. La mattonata incrocia diverse volte la stradina asfaltata che porta alla Stazione FF.SS. dell’Acquasanta, posta sulla linea Genova – Acqui Terme (la stradina può essere percorsa in alternativa alla mattonata).

Durante la salita, i segnavia del Cammino sono accompagnati dal segnavia FIE quadrato rosso vuoto (percorso Acquasanta - Cappella della Baiarda)

Continuiamo a salire, in alcuni brevi tratti su asfalto, intervallato da “tagli” su sentiero o mattonata, fino ad arrivare alla Colla di Prà, sul crinale che separa la Val Leira dalla Val Branega (1.22 km, 348 m slm).

Dalla Colla di Prà prendiamo a sinistra in salita un tratturo nel primo tratto inerbito, ma che poi si trasforma in una mulattiera a tratti sconnessa, che risale con alcuni tornanti il fianco della montagna.

La mulattiera porta nella zona della Baiarda e di Punta Martin, tradizionale “prima” palestra di roccia per i genovesi

Scopri di più sulla Baiarda e Punta Martin

La zona compresa tra Punta Martin e Punta Pietralunga, nell’immediato entroterra di Prà e Pegli, ha da sempre rappresentato la maggiore palestra per arrampicatori sportivi della Liguria.

Il Gruppo della Punta Martin, comprendente con questa voce anche la Baiarda, è stata ed è tuttora una montagna simbolo, sia per la sua caratteristica forma che la fa distinguere nell'Appennino Ligure, sia per la presenza di versanti scoscesi e passaggi su roccia che hanno costituito una vera palestra di roccia per migliaia di appassionati.

Qui, generazioni di appassionati di questo sport si sono formati ed allenati, per partire successivamente verso mete più celebrate in Italia e nel mondo.

La prima ascensione risale al Febbraio del 1906, ad opera di F. Federici e C. Picasso, infatti una delle vie si chiama Cresta Federici.

Seguiamo la mulattiera, che sale con una serie di tornanti tralasciando, presso un tornante che vira a sinistra, le indicazioni per il sentiero “Lische Basse”.

Saliamo ancora e nei pressi del settimo tornante (che gira a sinistra), di fronte a noi prendiamo il sentiero indicato come “Lische Alte” (2.1 km, 420m slm). Qui i segnavia blu sono appaiati al segnavia FIE con i tre pallini rossi (percorso di collegamento Lische Alte).

Scopri di più sulle Lische

Il toponimo deriva dal nome di una particolare specie vegetale, l’Ampelodesma mauritanicus, molto presente nella zona, e che in dialetto viene chiamata “lisca“.

Questa graminacaea, che qui in Liguria raggiunge il limite settentrionale del suo areale, era utilizzata in passato soprattutto per la produzione di corde.

Si presenta in cespugli densissimi, sino a oltre un metro di diametro e alti altrettanto, con culmi pieni, eretti e robusti. Ha foglie lunghe fino ad un metro che hanno la lamina piana larga 4-7 mm e margini tenaci, ruvido-taglienti.

Fornisce un materiale fibroso ricavato dalle foglie che serve per fare cordami, legacci, stuoie o tessuti grossolani. Con essa si realizzano corde molto resistenti alla salsedine, leggere, ma capaci di assorbire acqua e affondare, note un tempo come "cavi d'erba"


Dopo un tratto in leggera salita tra i pini guadiamo il Rio Nuccio, primo affluente del torrente Branega, e subito dopo il tracciato diventa pianeggiante. Evitata una diramazione a sinistra, prendiamo un sentiero più stretto che si stacca alla destra, che procede con numerosi lievi saliscendi, superando in sequenza il Rio Monte Cuccio e quindi il Rio Cian de Figge.

Ad una quota attorno ai 450 metri, giungiamo sul crinale tra la Val Branega e quella del Rio S. Pietro, sotto il versante orientale degli Scogli Neri.

All’altezza di un grosso traliccio (km 4.7) incontriamo il sentiero proveniente dal Monte Penello che seguiamo in discesa. Il sentiero è evidenziato dal segnavia FIE quadrato rosso (percorso Prà - Cappella della Baiarda).

Evitando la diramazione a sinistra per Prà (Via Torrazza), con una serie di tornanti dal fondo abbastanza sconnesso arriviamo in località Fagaglia, dove inizia un tratto asfaltato (km 6.0).

Scendiamo lungo la stradina asfaltata in moderata pendenza in direzione Sud, passando fra campi coltivati e boschetti, fino ad arrivare ad un bivio dove dobbiamo girare a destra (km 7.8), abbandonando definitivamente il quadrato rosso FIE. La strada diventa più larga e scende fra le case fino ad immettersi su Via Branega (km 8.5) nei pressi di un campo sportivo.

Proseguiamo in Via Branega, passiamo sotto l’autostrada A10 e dopo un paio di curve arriviamo nei pressi di una chiesetta (km 8.8), dove dobbiamo girare a destra in una stretta stradina lievemente in discesa. La percorriamo fino in fondo, proseguiamo camminando lungo il fiume Branega e dopo aver attraversato un piazzale, attraversiamo il fiume su un ponticello arrivando in Via della Santissima Trinità.

Dopo un centinaio di metri arriviamo in Piazza Palmaro, che si trova dietro la chiesa Nostra Signora Assunta di Prà-Palmaro. Passiamo sul fianco destro della Chiesa ed arriviamo nella bellissima piazzetta antistante la facciata (km 9.3)

Scopri di più su N.S. Assunta di Prà-Palmaro

Storia

Nel IV secolo in questa zona fu costituita la Pieve di Palmaro che esercitava la sua legislazione da Coronata fino ad Arenzano. La Pieve ospitava una biblioteca, un ospizio dove i pellegrini diretti e provenienti dalla Terra Santa trovavano ospitalità. Costoro al rientro dalla Palestina, erano soliti lasciare la palma portata dai luoghi Santi in tale ospizio che prese il nome cosi di Palmerium da cui trae origine "Palmaro". La pieve fu distrutta verso il 936 o il 937 dai saraceni.

La chiesa è poi attestata col titolo di Santa Maria Plebis Vulturis in due atti rispettivamente del 1158 e del 1163; in ulteriori documenti del 1175, del 1222 e del 1239 si legge che in essa aveva sede un collegio di canonici.

Annesso alla pieve era un ospizio; all'arciprete praese erano sottoposti i curati delle chiese di Arenzano, Multedo, Crevari, Voltri e Pegli.

Nella notte del 15 luglio 1588 dei corsari saraceni sbarcarono in paese e danneggiarono gravemente la pieve, dopo averla depredata. La prima pietra della nuova parrocchiale fu posta nel 1688; l'edificio, realizzato per interessamento di don Antonio Pizzorno, venne consacrato dal vescovo di Savona Vincenzo Durazzo il 30 ottobre 1712.

Nel 1746, durante la rivolta di Genova, le truppe austriache razziarono la chiesa; il 12 luglio 1756, in seguito a una disputa tra i rettori di Prà e di Voltri sui diritti delle rispettive parrocchie, fu riconosciuta dal tribunale ecclesiastico di Roma la precedente della pieve matrice praese.

Il 20 dicembre 1796 l'arcivescovo Giovanni Lercari ripristinò il collegio canonicale, che, dopo essere stato nuovamente soppresso, fu istituito per la terza volta nel 1898 dall'arcivescovo Tommaso Reggio, per poi venir definitivamente sciolto nel Novecento.

Arte

All’interno della chiesa si possono ammirare moltissime opere d’arte, create dai migliori artisti genovesi:

  • Andrea Giovanni Ansaldo, pittore (Voltri 1584-1638), è suo l'affresco dell’Assunta nel Presbiterio
  • Ludovico Brea, Nizza, metà del XV secolo - 1525 circa, attivo nella regione costiera ligure, risentì l'influsso dei fiamminghi e forse di Antonello da Messina. Nella Chiesa ha realizzato il quadro di Sant' Antonio Abate
  • Domenico Fiasella detto “il Sarzana” (Sarzana, 1589 - Genova, 1669) di formazione eclettica, sensibile anche a influssi fiamminghi. Nella Chiesa ha realizzato il quadro di Sant' Erasmo
  • Domenico Piola, pittore e incisore (Genova 1628-1703). Allievo del Cappellino, imitatore di G.B. Castiglione, fuse amabilmente ascendenze correggesche e influssi di Rubens in una pittura felice e briosa, ricchi di effetti di trasparenza. Nella Chiesa ha realizzato il quadro dell’Assunta
  • Pietro Sormano, nato nel Comasco, lavoro molto a Savona e I suoi figli restaurarono il celebre duomo di tale città, su commissione di Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere. Nella ha realizzato il Tabernacolo
  • Lazzaro Tavarone, pittore (Genova 1556-1641). Allievo di Luca Cambiaso, fu uno dei rappresentanti più attivi della tradizione decorativa del secondo Cinquecento genovese con i suoi cicli ad affresco su temi storici nei palazzi Negrotto-Cambiaso e Spinola già Grimaldi e nella villa Bombrini. Nella Chiesa ha realizzato le figure affrescate sopra l'arco dell'Altare maggiore

Per maggiori informazioni: http://www.assuntaprapalmaro.org/visita/storia.htm

L. Venzano, Santa Maria Assunta di Prà Palmaro Pieve di Voltri, Stamperia Marconi, Genova 2012.

L. Venzano, Arciconfraternita N.S. Assunta Pra’ Palmaro, ERGA, Genova 1998.

Proseguiamo sotto l’arco che si trova sul fianco sinistro della Chiesa, e sbuchiamo in Via Nostra Signora Assunta che ci porta in breve sulla SS1 Aurelia. Procediamo verso Levante, superando uno slargo ed arrivando all’altezza di una rotonda stradale, al cui centro troneggia un gigantesco pestello per fare il pesto alla genovese (km 9.6)

Scopri di più sull’oro verde di Prà, il basilico

C'è un luogo a Genova dove i venti freddi del nord si fermano, la brezza del mare accarezza i campi, l'aria soffia tiepida, e dalla terra spuntano piccoli germogli di un verde delicato: il basilico di Pra'.

Lo storico quartiere della Superba, protetto da Punta Martin, è infatti patria dell'inimitabile basilico, pianta regale, come suggerisce l'etimo del nome, dalle piccole foglie concave e profumatissime. Un piccolo tesoro che soltanto qui cresce con un bouquet caratteristico e riconoscibile, amato da ogni palato.

La coltivazione del basilico risale alla notte dei tempi.

Plinio il Vecchio ne parla come di una pianta presente in diverse aree del Mediterraneo, che i Romani utilizzavano per le sue proprietà curative e afrodisiache. Nel tempo quella del basilico divenne una coltura tradizionale e il suo uso si estese dal campo medico a quello gastronomico.

In Italia ne esistono diverse tipologie. Il più famoso è quello di Pra' appunto, dal profumo intenso, cui è stata riconosciuta nel 2005 la Dop.

Ogni singola fogliolina di basilico di Pra' ha sulla sua superficie piccole vescicole ricolme di quegli olii essenziali che rendono questa pianta così amata e apprezzata da tutti. Il momento migliore per raccoglierle è prima che fioriscano, quando le essenze oleose sono presenti in quantità maggiore.

Per staccare le foglioline meglio non utilizzare forbici o coltelli, ma soltanto le dita, delicatamente, per evitare che a contatto con le lame il basilico sviluppi sostanze che ne alterino il sapore.

Il basilico fresco può essere conservato sott'olio, dopo aver pulito ogni singola foglia con della carta assorbente leggermente inumidita. Si staccano i gambi e si ricoprono le foglie di olio extravergine di oliva, in un contenitore chiuso ermeticamente.

All'occorrenza si tolgono le foglie necessarie per insaporire le pietanze.

AAA, a cura di L. Venzano, Il Basilico, ERGA, Genova 2023,

Superiamo con attraversamento pedonale Via Taggia e imbocchiamo dopo poche decine di metri Via Sapello, la antica via che ci porta all’interno della parte più vecchia di Prà.

Proseguiamo in Via Sapello, fra case colorate con le immancabili edicole votive ed arriviamo in Via Airaghi. Siamo nel rione denominato Borgo Foce, che divenne il  vero cuore pulsante delle attività economiche e politiche del borgo grazie alle sue industrie e, soprattutto, ai cantieri che qui, per primi, diedero i natali ai “pinchi”, velieri mercantili seicenteschi a tre alberi o ai veloci brigantini dell’Ottocento.

Scopri di più su Prà, borgo di pescatori e costruttori di navi

ll nome di Pra' deriva da "Prata Veituriorum", cioè prati dei Veturii, tribù ligure preromana insediatasi nel territorio compreso tra Sestri e Arenzano.

Pra' aveva una posizione centrale nella zona occupata da quell'antico popolo ed era stata eletta pertanto a luogo previlegiato di riunione, anticamente denominato "Astu", in cui si deliberava sugli interessi della comunità. 

Il termine "Astu" derivava dal fatto che era usanza piantare nel terreno una asta, sul quale venivano appesi gli scudi e gli elmi che con il loro luccichio avvisavano gli abitanti più lontani che quel giorno si svolgeva una riunione o mercato.

In questo storico borgo sono nati i primi cantieri navali che avrebbero costruito le galee per Giulio Cesare in procinto di conquistare la Gallia, poi crebbero i cantieri navali che si specializzarono nella costruzione di brigantini.

Una storia quella di Prà fatta di capitani di mare, grandi pescatori e grandi condottieri, oltre ad abili costruttori di navi arrivati quasi ai giorni nostri, quando nel 1926 Prà fu costretta a essere conglobata dalla grande Genova per volere del duce.

Pra' fu, ai tempi della marineria a vela, tutta un sonante cantiere, grazie alla sua previlegiata posizione, con la grande spiaggia assai favorevole ai vari e grazie altresì all'intraprendenza dei suoi costruttori navali. La caratteristica comune delle navi costruite a Pra', sembra fossero la solidità, la buona tenuta del mare e la velocità. Le ricerche effettuate hanno consentito di accertare la costruzione a Pra', tra il 1835 e il 1887 di ben 130 navi, principalmente bombarde e brigantini. Il legno maggiormente usato era il legno di rovere, il teak ed il pitch-pine, il pino, l'abete.

Siamo nella zona pedonale di Prà con negozi, bar, negozi di alimentari e panifici dai quali emana il meraviglioso profumo della focaccia genovese appena sfornata.

Proseguiamo ed arriviamo in Piazza Amatore Sciesa, il “centro” di Prà (km 10.6). Sulla sinistra, in prossimità di un voltino, seguendo Via Ramellina, potrete fare una piccola deviazione per andare a visitare il Monastero di S. Pietro.

Scopri di più sul Monastero di S. Pietro

La chiesa di San Pietro, vero e proprio gioiello praese, si trova nella quiete riservata della struttura dell’Opera Giosuè Signori, in via Camillo Sivori ed è l’edificio storico più antico esistente a Prà.

La chiesa dell’Assunta fu edificata in tempi antecedenti, ma andò purtroppo distrutta e venne ricostruita e completata, come la vediamo oggi, nel 1712. Il campanile romanico di San Pietro, invece, è ancora li, insieme a una parte dell’antica chiesa, esattamente come lo aveva fatto costruire nel 1134 il console genovese Ansaldo Malone, che possedeva terreni e case rurali proprio a Pra’.

La chiesa, a tre navate, che faceva parte del complesso dell’abbazia per suore Cistercensi voluta dal Malone, divenne presto destinataria di donazioni testamentarie, vere e proprie fortune che, come costume dell’epoca, venivano utilizzate per mantenere, presso i monasteri, degli ospedali che offrivano ricovero ed accoglienza ai molti pellegrini che, recandosi nei luoghi religiosi, venivano colti dalla notte lungo il loro cammino. Uno di questi ospedali, oltre a quello annesso alla chiesa dell’Assunta, si trovava proprio attiguo alla chiesa di San Pietro. Nel monastero di San Pietro soggiornarono sia l’abate Sant’Andrea di Sestri sia San Bernardo. Le suore che da Cistercensi, nel 1515, erano passate all’ordine di San Tommaso, nel 1631 vendettero la chiesa ad Antonio Torta che, scelleratamente la fece in parte demolire, lasciando intatto, oltre al campanile, il presbiterio e le due cappelle di testa delle navate laterali. La proprietà passò poi ai Grimaldi (che, nel 1642 costruirono l’attigua villa, e poi agli Spinola, ai Negrone nel 1700, e infine, nel 1939, all’Opera Giosuè Signori.

Nel 1996 la chiesa è stata restaurata in una perfetta fusione e compenetrazione di strutture medioevali e moderne in perfetta armonia. Gli antichi mattoni degli archi romanici delle tre navate spiccano nella loro essenzialità. La chiesa ospita opere d’arte di grande valore, tra cui un antico tabernacolo di marmo del millequattrocento che era un Comunichino (cioè il foro da dove le monache di clausura ricevevano l’ostia) e una pala d’altare del milleseicento, attribuita a Luca Cambiaso, che raffigura San Pietro, con tiara, piviale e chiavi, con San Giovanni Battista e San Francesco d’Assisi.

Torniamo in Piazza Sciesa e proseguiamo verso Ponente, imboccando Via Ratto. Lungo la via incontriamo un paio di deliziose cappelline.

Questa zona di Prà, situata all’estremo levante in un tratto compreso tra il Castelluccio (fortificazione del XV secolo) e Piazza Sciesa, secondo il cartografo Vinzoni (1690 –1773) era chiamata Longarello o Ungarello ed era ubicata in un tratto “lungo l’arena” che correva rettilineo, interrotto solo dalla foce del rio San Michele.

La zona, originariamente, faceva parte del casale della Torre e solo in tempi più recenti si è potuta fregiare del titolo di borgata.

Da qui, infatti, si dipartiva il quinto casale che, inerpicandosi sulle alture, raggiungeva un’antica villa turrita degli Spinola, poi passata ai Cambiaso (Torre Cambiaso, oggi di pertinenza di Pegli) a cui si deve il toponimo del sestiere.

Via Ratto (come le precedenti Via Sapello, Via Airaghi) ricalca il tracciato della antica Via Romana che attraversava tutta la città di Genova da Capolungo alla Vesima, e della quale rimangono molti segni e vestigia.

Scopri di più sulla Via Romana

Lungo la quinta e la sesta tappa del Cammino, si percorrono tratti di strade e vie che corrispondono, secondo recenti studi, ad un’antica via “romana” che costituiva una via di scorrimento che collegava da un capo all’altro l’antica città di Genova da Capolungo a levante sino alla Vesima a Ponente.

Il primo significativo collegamento di Genova alla rete delle strade romane risale al 148 a.C. quando il console Postumio Albino realizzò un allacciamento diretto (che da lui prese il nome di Via Postumia) tra i due principali porti della penisola: Genova e Aquileia (oggi comune in provincia di Udine).

La “Via Romana di Genova” (testimoniata da riscontri archeologici e documentali) era una via secondaria a uso locale e per operazioni militari di controllo del territorio.

Durante il nostro Cammino ne percorriamo alcuni tratti, ovviamente non facilmente evidenti perché “contaminati” da circa duemila anni di vicende storiche e umane, ma il tracciato è quello e l’emozione rimane.

Durante la tappa precedente, in prossimità della Piazzetta di Santa Limbania, la Via Romana passa sotto l’arco dell’omonima porta, sormontata da una antica lapide con i segni del potere civile e religioso, poi continua lungo la Via Cerusa, passando accanto alla Torre Spinola e quindi in Via Ernesto Guala, per poi essere abbandonata all’imbocco della Via al Santuario delle Grazie.

Ritroviamo la Via Romana in questa tappa percorrendo Via Sapello, Piazza Giuseppe Bignami (dove sorge un antico palazzo che oggi ospita la sede del VII Municipio Ponente di Genova al cui interno  si può ammirare un’interessante rappresentazione cartografica che riporta la distribuzione dei terreni tra le nobili famiglie genovesi  Negrone, De Mari, Spinola, Lomellini, Doria, Durazzo Pallavicini alla fine del ‘700), Via Airaghi, attraversando il ponte sul Rio S. Pietro, Via Arnaldo Fusinato e infine in Via Gerolamo Ratto dove troviamo un’antica Cappella.

Alla fine di Via Gerolamo Ratto il tracciato dell’antica Via Romana sale in collina e lo abbandoniamo.

Rincontreremo la Via Romana con altre interessanti tracce quando arriveremo nel centro storico della città di Genova al termine del nostro Cammino.

(bibliografia: Pier Guido Quartero-La Via Romana a Genova- associazione culturale edizioni)

Procediamo lungo Via Ratto fino al termine, girando verso sinistra ed immettendoci in Via Ungaretti che attraversiamo usando le strisce pedonali e seguiamo verso destra per un centinaio di metri.

Passiamo sotto un viadotto ferroviario e giriamo in salita a sinistra in Via Ratto. 

La strada spiana e diventa Via Loano che in leggera discesa ci porta ad un incrocio.

Prendiamo in leggera salita andando dritti (girando a destra in discesa arriveremmo in Piazza Lido) in Via Caldesi. Costeggiamo un campetto da calcio in erba sintetica ed arriviamo nei pressi della Chiesa di Sant’Antonio (km 11.9).

Scopri di più su S. Antonio Abate e l’Ospedale Martinez

Nel 1443 fu costruita una cappella, denominata "Romitorio di S. Antonio abate", nel luogo dove aveva vissuto nel XIV secolo il beato Martino Ansa, eremita i cui resti sono conservati nell'attuale chiesa.

Il piccolo edificio religioso fu affidato ai minori francescani, che vi costruirono un convento, nel 1602, con il contributo del governo della repubblica di Genova fu costruito il campanile, con funzione anche di torre di avvistamento.

Nel 1680 la cappella venne ampliata. Eletta a parrocchia nel 1957 dal cardinale Siri, nel 1962 fu totalmente ricostruita assumendo l’aspetto attuale.

Attaccato al corpo della Chiesa era presente fino a pochi decenni fa l’Ospedale Martinez. Fu istituito nel marzo 1877, per volontà testamentaria del barone Giovanni Giuseppe Martinez, con l'intento di ricoverare e curare gratuitamente gli infermi poveri dei comuni di Prà e Pegli.

Venne gestito da un Consiglio d'amministrazione, tra i cui membri figuravano anche il priore della parrocchia San Martino di Pegli e l'arciprete di Pra. 

A turno vi prestavano attività sanitaria i medici condotti di Pegli e Pra. L'assistenza religiosa era dispensata dai frati francescani del convento di Sant'Antonio attiguo all'ospedale.

Costeggiamo la chiesa sempre in leggera salita e poi cominciamo a scendere, sempre in Via Caldesi, fino ad immetterci sulla SS1 Aurelia in prossimità dell’ingresso di Villa Banfi.

Superiamo un paio di attraversamenti pedonali e camminiamo sul marciapiede a monte della SS1 Aurelia imboccando Via Pegli. Siamo all’inizio della magnifica passeggiata di Pegli, insieme a Voltri ultimo lembo balneare rimasto nella parte di Ponente del Comune di Genova.

Superiamo l’attraversamento pedonale di Via Arrigo Boito ed arriviamo in Piazza Giacomo della Chiesa, intitolata a colui che fu eletto Papa col nome di Benedetto XV all’inizio del ‘900 (km 12.7).

Scopri di più sulla Casa del Papa Benedetto XV

Papa Benedetto XV, Giacomo dalla Chiesa, nasce nel palazzo di villeggiatura di Pegli il 21 novembre 1854 alle ore 09:00.

Figlio del Marchese Giuseppe Della Chiesa e della Marchesa Giovanna Migliorati.

Viene subito trasferito a Genova per battezzarlo il giorno seguente (22 novembre) nella chiesa di N. S. delle Vigne.

Padrino è il Marchese Giacomo Spinola. La madrina è la Marchesa Anna Centurione. Il sacerdote è Gio. Batta Cardinali. I nomi imposti al battezzato sono: Giacomo, Paolo e Gio Batta.

Diviene auditore del Cardinale Rampolla alla Nunziatura di Madrid (1883-1887).

Dal 1901 al 1907 è sostituto alla Segreteria di Stato. Arcivescovo di Bologna nel 1907 e poi Cardinale nel 1914. Il 3 settembre 1914 viene eletto Sommo Pontefice. Si prodiga per porre rimedio ai mali del I° conflitto mondiale ma gli appelli per la pace vengono discordemente interpretati.

In campo diplomatico migliora i rapporti con lo Stato Italiano e ristabilisce relazioni con Inghilterra, Francia e Olanda.

Erige 2 Delegazioni Apostoliche, 8 Arcivescovadi, 25 Vescovadi e 29 Vicariati. Opera numerose beatificazioni e canonizzazioni inclusa quella relativa a Giovanna d’Arco.

Il grande impegno dimostrato durante la guerra viene ricordato ad Istanbul dal monumento eretto dai turchi con l’iscrizione:

AL GRANDE PONTEFICE

DELL’ORA TRAGICA MONDIALE

BENEDETTO XV

BENEFATTORE DEI POPOLI

SENZA DISTINZIONE

DI NAZIONALITA’ E DI RELIGIONE

IN SEGNO DI RICONOSCENZA

L’ORIENTE

1914 – 1919

Superiamo la piazzetta, e ci immettiamo in Via Carloforte. Qui siamo nel nucleo più antico di Pegli, nel quartiere del “Porticciolo”. I pegliesi, come tutti gli abitanti delle zone circostanti, si sono dedicati alla vita marinara.

Ogni porto del Mediterraneo e del mar Nero ha conosciuto i genovesi e naturalmente con essi i pegliesi.

La terra che più ha intrattenuto dei rapporti con Pegli è stata sicuramente la Corsica. Parecchi documenti di natura legale e finanziaria inducono a pensare che a Bonifacio (Corsica) fosse presente una notevole colonia pegliese.

Un’altra terra di commercio, scambio ed insediamento fu sicuramente la Sardegna dove tutt’oggi si trova una grande colonia di pegliesi nell’isola di Carloforte. Bisogna però notare che gli attuali abitanti, di sicura origine pegliese, sono giunti su quell’isola dopo aver abbandonato la colonia di Tabarca.

Scopri di più sulle colonie pegliesi: Tabarca, Carloforte e Calasetta

È ai pegliesi d’oltremare che, a metà del 1500, si deve un grande boom demografico ed insediativo. Di questi fatti storici si trova traccia nello studio dell’epopea tabarchina.

Ai pegliesi si deve l’insediamento della fiorente colonia di Tabarca nell’odierna Tunisia.

Per quanto la costa algerina e tunisina fossero già luoghi di forte interesse economico genovese per la pesca e commercializzazione del corallo, Tabarca costituisce l’acme di detta industria genovese sulle coste africane.

La storia tabarchina non termina con la perdita della colonia tunisina. Parte dei tabarchini aveva già cercato nuovi luoghi dove insediarsi a seguito dell’evidente insostenibile prosecuzione dell’esperienza abitativa e commerciale sull’isola.

Ai primi abitanti trasferiti per scelta si aggiungono i sopravvissuti alla prigionia conseguente all’occupazione di Tabarca.

I due flussi si ricongiungono in nuovi insediamenti: Carloforte, Calasetta e Nueva Tabarca. Recente è l’interesse delle comunità di riaccendere e rafforzare il legame storico e culturale tra le comunità pegliesi/tabarchine nel Mediterraneo.

Per saperne di più:

https://www.pegli.com/le-colonie/

Sulla rotta del corallo: https://www.youtube.com/watch?v=IuOQz6xBL74

Percorriamo Via Carloforte, arriviamo in Piazzetta Tabarca e giriamo a destra passando sotto un voltino che ci fa arrivare sul lato mare della passeggiata. Saliamo una piccola scalinata e siamo finalmente sulla passeggiata di Pegli. Proseguiamo tenendo la destra e costeggiando la spiaggia ed alcuni stabilimenti balneari arrivando in Largo Calasetta, dove fanno bella mostra di sé alcuni cannoni (km 13).

Superiamo Largo Calasetta e continuiamo a costeggiare la spiaggia. Sulla nostra sinistra, dopo un centinaio di metri, possiamo notare un grande palazzo signorile. È l'ex Hotel Gargini, già ingresso a mare della villa Doria Centurione, cui era collegato con un lungo viale alberato ora scomparso.

Se volete visitare le due ville Pegliesi (Villa Centurione Doria e Villa Durazzo Pallavicini) servirà una giornata intera e vi consigliamo quindi di aggiungere un pernottamento per non fare tutto di corsa.

Scopri di più su Villa Centurione Doria e il Museo Navale

La villa Doria Centurione è una storica dimora nobiliare del comune di Genova.

La villa fu edificata a partire dal 1540 per il facoltoso banchiere Adamo Centurione, amico e consigliere di Andrea Doria. Resta sconosciuto il nome dell'architetto che progettò la villa, in seguito arricchita dai lavori che il Centurione fece realizzare nel parco dal celebre architetto perugino Galeazzo Alessi: un laghetto artificiale con al centro un isolotto, un'"isola fatata" da raggiungere in barca.

Giovanni Andrea Doria tra il 1590 e il 1592 fece ristrutturare ed ampliare l'edificio, affidando il progetto ad Andrea Ceresola, detto "il Vannone". Giovanni Andrea Doria fece sistemare anche il giardino, che allora arrivava fino al mare, realizzando un lungo pergolato che collegava la villa con il palazzo Doria "alla marina", ancora presente, benché molto rimaneggiato, sul lungomare di Pegli.

Gli interventi realizzati dai discendenti dei Doria nei secoli successivi si limitarono a poche modifiche marginali. Nell'Ottocento vennero realizzate nuove stanze al piano terra, affrescate con scene a soggetto risorgimentale, e venne rifatto il prospetto meridionale, divenuto quello principale, in concomitanza con l'espansione urbanistica di Pegli. Perduto il giardino che arrivava al mare, rimase il vasto parco a monte con il laghetto navigabile.

Nel 1908 la villa venne venduta dai Doria Pamphilj ad una società immobiliare e dopo alcuni passaggi di proprietà nel 1926 passò al comune Genova e nel 1930 divenne sede del Civico Museo Navale e succursale del liceo classico "Giuseppe Mazzini".

L'edificio ha il fronte principale rivolto sulla piazza Bonavino, disposta in lieve pendenza su parte del parco della villa.

La costruzione originaria, in stile rinascimentale, era composta da un corpo centrale su due piani. In epoche successive sono stati aggiunti i due corpi laterali sviluppati in avanti e la torre, separata dall'edificio principale. Il prospetto nord, verso il parco, un tempo quello principale, è decorato a monocromo da Lazzaro Tavarone. Nell'Ottocento l'ingresso principale venne spostato nella facciata meridionale, in cui si aprono tre porte, una centrale e due laterali.

All'interno, la sequenza atrio, scalone e loggia richiama la struttura tipica delle ville pre-alessiane. Attraverso il loggiato a vetrate, si raggiunge il salone centrale, con il soffitto affrescato da Lazzaro Tavarone su richiesta di Giovanni Andrea Doria intorno al 1595.

Dietro al palazzo sorge una torre d'avvistamento costruita nel 1591, collegata da un passaggio sopraelevato con il piano nobile. La torre, alta 27 metri, ha pianta quadrata con basamento a scarpa e coronamento a sbalzo. Dal 2005 è sede del "CSU Sostenibile Archeospeleologia”, specializzato nella ricerca, studio e valorizzazione dei sotterranei. Nei locali interni della torre, visitabili su richiesta, è esposta una serie di armature d'epoca restaurate dagli archeologi del CSUs.

La villa è circondata da un grande parco di 115.000 m², ora pubblico, realizzato nel 1548, che si estende a monte del palazzo con la sua vegetazione di lecci, querce, conifere e piante esotiche, e che in origine arrivava fino al mare.

Nella parte più a monte del parco si trova il laghetto artificiale disegnato dall'Alessi, alimentato dal rio Archetti, con al centro l'isolotto di forma ellittica con giochi d'acqua e statue di ninfe e fauni. Pochi anni dopo la sua costruzione il lago e l'isolotto furono citati dal Vasari tra le opere realizzate a Genova dal "famoso, e molto celebre architettore, Galeazzo Alessi Perugino" (Già non tacerò che ha fatto il lago ed isola del signor Adamo Centurioni, copiosissimo d'acque e fontane, fatte in diversi modi belli e capricciosi).

Museo navale

Nella villa ha sede il museo navale, inaugurato nel 1930, in cui sono esposte collezioni di dipinti a carattere marinaro, modelli di navi, carte nautiche ed oggetti in uso in ambito marittimo e portuale, che illustrano la storia della marineria ligure dal Medioevo ai nostri giorni. Chiuso per alcuni anni alla fine del XX secolo, è stato riaperto con un nuovo allestimento il 3 dicembre 2004. Dal 2005 fa parte insieme a Galata − Museo del mare e Museo Teatro della Commenda del circuito museale del Mu.MA

A poca distanza dalla Villa Doria, merita una breve visita l’Oratorio dei Santi Martino e Benedetto, posto in prossimità di un tratto della antica Via Romana.

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Poco appariscente all’esterno, nelle sue forme architettoniche semplici, l’oratorio di San Martino a Pegli è in effetti un tesoro d’arte tra i monumenti del ponente genovese.

L’Oratorio viene citato nel libro: “Descrizione delle pitture, scolture e architetture ecc. che trovansi in alcune città e castelli delle due Riviere dello Stato Ligure” del pittore e scrittore Carlo Giuseppe Ratti (1737-1795), nel quale parla anche di altri monumenti pegliesi tutt’ora presenti.

L’edificio venne fondato nella seconda metà del XIII secolo su una precedente costruzione domestica, della quale non rimangono tracce, poco al di sotto la chiesa parrocchiale di San Martino. Nel corso dei secoli l’oratorio subì diverse modifiche dovute a fattori liturgici e a fattori di evoluzione nel gusto estetico, nonché da necessità di ampliamento.

Secondo la descrizione riportata dal Ratti nel 1780, il quale cita le opere del padre anche per ragioni celebrative in quanto pittore lui stesso, nell’edificio è possibile ammirare una tela del 1730 circa presso l’altare maggiore, attribuita a Giovanni Agostino Ratti, raffigurante San Martino a cavallo tra i santi Giovanni Battista e Benedetto. Proseguendo lungo la parete sinistra si possono vedere le tele di San Martino che resuscita un morto, sempre di Giovanni Agostino Ratti, la tela con la Flagellazione di Antonio Maria Pittaluga del 1713, la Cattura di Gesù del Ratti datata 1714 e Gesù nell’Orto di Giovanni Battista Chiappe (pittore novese del XVIII secolo, opera che rappresenta il suo primo “dipinto istoriato” secondo la biografia che ne fa Carlo Giuseppe Ratti in “Storia dé pittori, scultori et architetti liguri e dé forestieri che in Genova operarono”, del 1762). A partire dall’altare, sulla parete destra vengono raffigurati San Martino che bacia un lebbroso sempre del Ratti. Gesù mostrato al popolo da Pilato, l’innalzamento sulla croce e la lavanda dei piedi.

Nell’altare di sinistra vi è un crocifisso ligneo probabilmente della scuola del Maragliano, mentre sulla parete un affresco, raffigurante la Madonna, la Maddalena e San Giovanni, dialoga con la scultura. Sull’altare destro è collocata una tela con Santa Lucia, mentre nella parete di fondo vi è un grande dipinto con Gesù che pranza nella casa di Simone il lebbroso con la lavanda dei piedi della Maddalena.

Tratto da testo di Lorenzo Bisio, storico dell’arte.

Dalla Villa Doria (o dall’Oratorio) si scende verso la Stazione FF.SS. di Genova- Pegli nelle vicinanze della quale si trova l’ingresso della Villa Durazzo Pallavicini.

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Il parco della Villa Durazzo Pallavicini è stato premiato nel 2017 come il più bello d’Italia.

L’attuale villa sorge nel luogo in cui già si trovava il palazzo di villeggiatura del Doge Gio Battista Grimaldi. Clelia Durazzo, capace botanica di fama europea e moglie di Giuseppe Grimaldi, volle realizzare (settembre 1846) e successivamente ampliare un giardino botanico.

La costruzione del parco fu voluta dal Marchese Ignazio Alessandro Pallavicini, nipote di Clelia Durazzo.

La realizzazione del parco si inserisce in un periodo di notevoli trasformazioni urbane per Pegli, come la costruzione della stazione ferroviaria e dell’Hotel Michel. La costruzione del parco e la ristrutturazione del palazzo iniziarono nel 1840 ed il progetto fu realizzato dall’Architetto Michele Canzio.

L’inaugurazione avvenne nel 1846 durante VIII° Congresso degli Scienziati Italiani; su invito del Marchese, un gruppo di studiosi botanici partecipò all’inaugurazione rimanendone notevolmente colpiti.

Negli anni successivi si susseguirono vari miglioramenti non solo per la villa ma anche per la città come la già citata realizzazione della stazione e dell’Hotel Michel.

Nel 1928, per volontà della Principessa Matilde Giustiniani, la villa e tutto il parco furono donati al Comune di Genova. Il Municipio si impegnò a mantenere il parco ad uso pubblico ed il palazzo ad uso culturale.

Il parco non fu mai aperto nella sua interezza, in occasione dei lavori autostradali fu addirittura chiuso (1963 e 1972).

Il parco di villa Pallavicini non è un semplice insieme di prati variamente arredati e aree boscose, in realtà deve essere interpretato nella sua interezza. In linea di massima rappresenta un’opera teatrale, un susseguirsi di scene architettoniche e botaniche particolarmente studiate, ma ad una lettura più approfondita si nota l’esoterismo massonico su cui è impostata.

L’Architetto Canzio, scenografo del Teatro Carlo Felice dal 1828 al 1854, strutturò il parco come un’opera teatrale composta da un prologo e tre atti di quattro scene ciascuno.

Descrizione del percorso ideato da Canzio

Il cancello principale è posto tra due piccoli edifici quadrati nelle immediate vicinanze della stazione ferroviaria. Il viale principale, ornato con due file di elci, mediante un cavalcavia supera con leggera pendenza la via ferrata accompagnando il visitatore fino al Palazzo.

Il percorso inizia lungo il viale gotico, un sentierino secondario conduce alla coffée-house.

Il coffée-house è un edificio quadrilatero con un terrazzino ornato con otto colonne di stucco (finto marmo) e ringhiere di ghisa.

Al piano del terrazzino è visibile un’iscrizione dedicata alla Regina di Sardegna e al Principe di Carignano (1846). Sono da notare pregevoli bassirilievi del Cevasco raffiguranti la primavera e l’autunno. Sono anche presenti quattro statue di Carlo Rubatto raffiguranti: Leda, Pomona, Ebe e Flora. L’interno e affrescato con figure femminili in stile pompeiano arredato con quattro vasi in stile etrusco.

Attraversando l’arco realizzato nel coffée-house, si accede al viale classico, affiancato da vasi di agrumi, che conduce all’arco di trionfo.

La facciata dell’arco di trionfo presenta quattro colonne, due statue allegoriche (l’abbondanza e la letizia), vari bassorilievi e quattro geni che spargono fiori sui passanti. Sulla cima due ninfe sorreggono lo stemma della famiglia Pallavicini. Una scritta sul frontone, invita il visitatore ad abbandonare le grandezze terrene per aspirare alle semplici e quiete gioie della campagna.

Superato l’arco, questo subisce una notevole trasformazione stilistica e il visitatore si trova in una zona campestre caratterizzata da una casetta rustica. Nella zona vi è anche un ruscello superabile con un ponticello di legno.

Si giunge quindi nella zona delle giostre, quest’area originariamente era coltivata con vigneti e olivi successivamente sostituiti con boschetti di pini ed alcuni sugheri. Entrambe le giostre sono manovrabili esclusivamente manualmente.

Lasciando le giostre il visitatore si addentra nel viale delle camelie e finalmente arriva in riva ad un piccolo lago. L’afflusso dell’acqua è garantito da una cascatella. Sulla riva si può notare una magnifica magnolia. La parte più stretta del lago è attraversabile mediante un ponticello che porta il visitatore ad un sentiero che conduce ad una capanna posta sul ciglio di un piccolo burrone.

Allontanandosi da questa zona, lo “spettatore” giunge in prossimità di una cappella gotica dedicata alla Madonna. Sullo sfondo noterà un finto castello diroccato da qualche guerra medioevale frutto dell’immaginazione.

Dopo aver superato un capanno svizzero, si arriva al castello trecentesco. L’edificio di forma quadrata presenta una torre centrale cilindrica fittamente coronata di merli. Il castello non è solo una facciata ma contiene splendidi arredi e affreschi interni.

Non lontano dal castello vi è il mausoleo gotico, ricco di fregi e bassorilievi, che ospita i resti del capitano del castello.

Passando davanti ad una grotta artificiale, il visitatore giunge infine al lago grande. Al centro dello specchio acqueo sorge il tempio greco sorretto da otto colonne e contenente una statua di Diana. L’isolotto è adornato da quattro tritoni. In prossimità del lago sono anche presenti: il chiosco turco, un obelisco egizio, la pagoda cinese, il tempio di Flora ed il giardino segreto realizzato come una serra in vetro e ghisa.

Non lontano dal lago vi è il monumento a Chiabrera posto in riva ad un laghetto e circondato dai cipressi.

Nel parco sono anche presenti: un busto di Michele Canzio, la raffigurazione allegorica della lotta tra l’aquila ed il coccodrillo, i giochi d’acqua ed il giardino botanico.

Nel palazzo è ospitato il museo archeologico ligure.

Per maggiori informazioni e per prenotare la visita, si consiglia vivamente la visita al sito www.villapallavicini.info

Proseguiamo sulla passeggiata fino ad arrivare al Molo Archetti, dove si trova l’imbarcadero per la NaveBus (km 13.5) che ci porterà nel cuore della Citta di Genova, al Porto Antico. Gli orari di partenza della Navebus sono i seguenti:


  • LUNERDI -VENERDI : 7.05 - 8.10 - 15.00 - 18.00
  • SABATO E FESTIVI: 14.40 - 16.10 - 17.40

In caso il servizio fosse sospeso a causa di condizione meteo avverse si consiglia di raggiungere il Porto Antico con l'Autobus AMT numero 1 (frequenza ogni 10 minuti) scendendo al capolinea di Caricamento.

Visitandum Est

  • La Baiarda e Punta Martin
  • N.S. Assunta di Palmaro
  • L’antica Via Romana
  • Prà – Borgo di pescatori e costruttori di navi
  • L’oro verde di Prà – Il basilico
  • Il Monastero di San Pietro
  • La Casa del Papa Benedetto XV
  • Villa Lomellini Doria
  • Le colonie pegliesi: Tabarca, Carloforte, Calasetta e Nueva Tabarca
  • Oratorio dei SS Martino e Benedetto
  • La Villa Durazzo Pallavicini
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